Barack il temporeggiatore
Da soldato riluttante a burocrate zelante, così Obama perde la guerra
L’epica un po’ pelosa dell’Obama “soldato riluttante” si dirige verso la sua tragica conclusione. All’inizio della presidenza i cantori liberal hanno dipinto l’atteggiamento dell’eroe democratico sulle guerre in Afghanistan e in Iraq come quello di un eroe di Eschilo. Secondo la narrativa preferita dagli opinion maker della sinistra mondiale, Obama sarebbe stato costretto dalle sue responsabilità di commander in chief a portare avanti due guerre sporche e cattive che gli arrivavano in dote dalla peggiore delle Amministrazioni. Leggi l'editoriale Via da Kabul, se bisogna starci con il riluttante Obama di Giuliano Ferrara
7 AGO 20

L’epica un po’ pelosa dell’Obama “soldato riluttante” si dirige verso la sua tragica conclusione. All’inizio della presidenza i cantori liberal hanno dipinto l’atteggiamento dell’eroe democratico sulle guerre in Afghanistan e in Iraq come quello di un eroe di Eschilo, costretto suo malgrado a sopportare e affrontare la catena di sangue che il fato ha ineluttabilmente disposto. Secondo la narrativa preferita dagli opinion maker della sinistra mondiale, Obama sarebbe stato costretto dalle sue responsabilità di commander in chief a portare avanti due guerre sporche e cattive che gli arrivavano in dote dalla peggiore delle Amministrazioni. Venti mesi alla Casa Bianca hanno piegato il paravento di giustificazioni disposto da chi sapeva che, per quanto potesse ripugnare moralmente, la guerra doveva continuare, magari con qualche ragionevole ambizione di vittoria. Obama è passato dalla riluttanza guerriera allo zelo burocratico, e la guerra in Afghanistan – totalmente privata dello spirito originario di avamposto della guerra globale al terrorismo – s’accompagna a uno scontro aperto nei palazzi di Washington: civili contro militari, tecnocrati contro generali, professori contro strateghi.
L’ultimo libro di Bob Woodward, “Obama’s Wars”, raccoglie un’enorme quantità di dichiarazioni sconvenienti fra il mondo militare e quello civile all’interno dell’Amministrazione. Uno di questi attacchi ha accelerato le dimissioni del consigliere per la Sicurezza nazionale, James Jones, che ha ridicolizzato il “politburo” di Obama e venerdì è stato sostituito dal suo secondo, Tom Donilon. Ma l’aspetto più inquietante dell’eccezionale racconto di Woodward è il clima politico di totale indecisione e assenza di strategia. Le guerre interne alla Casa Bianca e le tensioni con il Pentagono non sono certo un’esclusiva obamiana, e rientrano nella natura stessa della gestione del potere, ma quello che il “soldato riluttante” sta incoraggiando è l’avanzata di un vuoto ideale e strategico nella concezione della guerra; una non-alternativa che si oppone ai segnali che arrivano dalla gerarchia militare, sempre più estromessa dal processo di decision making. Il generale James Jones è l’ultimo caduto di una faida interna: il suo sostituto, Tom Donilon, è la quintessenza dell’uomo di palazzo, abile organizzatore di campagne elettorali, ex lobbista e polveroso consigliere presidenziale da Jimmy Carter a Obama. In più è un protégé del vicepresidente, Joe Biden, e sua moglie è il capo dello staff della second lady, Jill Biden. Donilon non è soltanto un esponente del mondo civile ma un “politico”, termine usato spesso in senso dispregiativo nel vocabolario di Washington. Lui teneva i rapporti con Rahm Emanuel, scavalcando spesso l’autorità del diretto superiore. La sua nomina è la naturale conseguenza della guerra che Obama e i suoi luogotenenti riluttanti hanno ingaggiato contro il Pentagono, dipartimento che stanno tentando in tutti i modi di ridurre ad appendice istituzionale della Casa Bianca.
Il segretario della Difesa Bob Gates, non sopporta Donilon. A Woodward ha detto che la sua nomina sarebbe stata un “disastro” e ormai Gates è uno degli ultimi resistenti dell’Amministrazione ad avere rapporti di fiducia con i generali sul campo. Il capo delle forze armate in Afghanistan, David Petraeus, è il suo alleato più stretto, ma le sue richieste di una strategia di counterinsurgency – più uomini sul campo per riuscire a sconfiggere i talebani, anche se ci vorrà tempo – sbatte contro il muro di gomma dei consiglieri del presidente. Nel tempo, le scelte di Obama si sono radicalizzate nella direzione della riluttanza: il surge chiesto dall’ex generale Stanley McChrystal è stato accordato con il minimo degli uomini, mentre Biden premeva per la dottrina “counterterrorism plus”: meno uomini e più attacchi mirati della Cia. Petraeus ha poche sponde politiche; Gates è circondato da azzimati funzionari in stile Chicago, e l’anno prossimo lascerà il Pentagono. I droni della Cia martellano come non mai, ma i vertici (civili) dell’agenzia non vogliono che sembri una guerra, soltanto una catena di operazioni mirate. La linea di Biden e della Cia ha vinto, delegando le residue possibilità di vittoria alle trattative con i talebani.
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